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Stefano Bossi: la storia di una cantina giovane e dinamica

storia-1Quella di Stefano Bossi è una cantina giovane, fresca, frizzante ma con i piedi ben piantati in una consolidata tradizione familiare che risale all’ottocento. Stefano Bossi ha rilevato sette anni fa l’attività di suo padre, che era stata di suo nonno e del suo bisnonno e ha dato il nome ad un’azienda agricola che ha come core business la raccolta delle uve e l’imbottigliamento del vino. Ovviamente si parla di uve raccolte sulla collina di San Colombano al Lambro, e di vini che vengono realizzati seguendo tutti i passaggi naturali, dalla spremitura alla fermentazione, dall’analisi del prodotto alla cura per l’imbottigliamento. Stefano ha raccolto il testimone da suo padre Francesco che iniziò a curare l’attività di famiglia subito dopo la seconda guerra mondiale, alternando il lavoro nei campi con quella di tranviere a Milano. Prima di lui, il nonno Giovanni aveva dato nome all’azienda agricola che risulta tra le più vecchie di San Colombano al Lambro.
Stefano è nato nel 1989, e ha iniziato la sua attività ufficiale a 18 anni, ma in realtà da quando ne ha quattordici si dedica ai grappoli d’uva e alla coltivazione delle viti. Seguendo il padre lungo i filari, procedendo lungo i profili delle colline dei terreni di proprietà che ammontano a circa tre ettari, Stefano ha affinato col tempo la capacità di conoscere i vitigni, ha assimilato le tecniche vitivinicole, ha imparato a dare ascolto alla terra e alle sue necessità, è diventato gran conoscitore dei tempi e dei modi di gestione dei mosti, degli zuccheri, del controllo di acidità, ed ha prodotto alcune linee di vini davvero gustosi e molto piacevoli. I terreni sono sparsi tra le zone Costa Regina, Madonna dei Monti, Chiavardi, Valloncella, Val de Cup, i Valloni e il Moretto, sulle colline di San Colombano. Il motivo di tale frazionamento –spiega Francesco Bossi- risale nella cautela di difendersi dalla grandine estiva, che potrebbe cadere in un punto preservando gli altri. La natura, da chi vi lavora, viene vissuta come uno splendido alleato ma anche come un pericolo dal quale proteggersi. Guai ad abbassare la guardia. Pioggia eccessiva, sole cocente e grandine devastante possono in poco tempo rendere vani mesi di lavoro e di fatica su e giù per le colline. E un raccolto perso sarebbe davvero un danno incalcolabile.
A quattordici anni Stefano si iscrisse all’istituto agrario di Codogno un po’ perchè aveva sempre vissuto a contatto con la terra forte e generosa, e poi perché non pensava che un altro tipo di lavoro, in fabbrica o in ufficio, potesse essere lo scopo della sua vita.
Abbandonò presto la scuola per dedicarsi anima e corpo all’attività agricola, per poi prendere in mano definitivamente l’attività familiare nel 2008, esattamente il 23 gennaio. La Cantina Stefano Bossi ha la sede nello stesso posto che era stato utilizzato da suo padre e dal padre di suo padre per ospitare botti, bottiglie e macchinari per la spremitura delle uve, ovviamente con le necessarie modifiche richieste dal tempo e dalle moderne tecnologie. Stefano aveva 18 anni, ed era il più giovane imprenditore iscritto alla Coldiretti di Lodi. Uno dei fattori che lo spinse a questo passaggio fu proprio la consapevolezza di poter utilizzare una cantina ben attrezzata, che era stata ristrutturata da poco. Raccontò infatti, in un’intervista al giornale locale “Il Cittadino”, i motivi che l’avevano portato a prendere quella decisione drastica e un po’ controcorrente : “Ho pensato che in fondo la cantina era stata completamente riadattata nel 2000 e quindi i macchinari necessari c’erano già, e questo mi ha convinto: non avevo bisogno di un grande investimento iniziale e le responsabilità non mi spaventavano”.
Inoltre c’erano motivi di ordine caratteriale; lui dichiarò sempre in quella intervista: “Non cambierei questo lavoro con un impiego in ufficio: la libertà di lavorare nei campi, a contatto con la natura e in piena autonomia è una sensazione a cui non si può dare un valore. E poi c’è anche la sfida di potercela fare, perché i rischi sono tanti cosi come la soddisfazione”. Una sola cosa potrebbe fargli cambiare idea: “una vincita al Lotto”.
Stefano utilizza per conservare il mosto una serie di botti in acciaio e vetroresina, in cui stipa il raccolto dei suoi vigneti e quello di quei piccoli proprietari per i quali lavora. Sono litri e litri di mosto che fermentano negli ambienti scuri e riparati della cantina, che si preparano a diventare ottimi vini da pasto e da assaggio, commercializzati sia in bottiglie che in damigiane.

La cantina offre una produzione di vini bianchi e rossi.
C’è un vino rosso di San Colombano doc (l’azienda è associata al Consorzio Vini DOC di San Colombano), c’è la classica Bonarda e un prodotto che è un mix di Barbera e Cabernet (Tigalè dal dialetto “ce l’hai”, l’antico gioco per bambini). Sul versante dei bianchi, c’è un’etichetta per gli appassionati del vino fermo, realizzata soprattutto con vitigni Chardonnay e un’altra per i vini frizzanti (Riesling e Trebiano). Recentemente è stato presentato Contessa Alessia. Un bianco leggermente frizzante, realizzata con uve provenienti dalla Val del Re di Daniele Acconci (Chardonnay e Riesling Renano).

storia-2La cantina lavora circa 200 ettolitri di vino l’anno; vengono prodotte tredicimila bottiglie, mentre il resto viene venduto sfuso.

Le attività dell’azienda agricola iniziano tra gennaio e febbraio con la potatura delle piante. Si tratta di un’operazione che deve tener conto di diversi fattori: l’età della pianta, la qualità e quantità della produzione che si vuole ottenere, la forza e il vigore della vite, la forma di crescita, lo stato di salute del vigneto, la varietà dell’uvaggio. Il metodo di potatura maggiormente utilizzato da Stefano è quello a cordone speronato, che consiste nell’allungare la pianta parallelamente al terreno lasciando diversi speroni su di essa, portanti ognuno 2 o 3 gemme dalle quali spunteranno i nuovi tralci. Contestualmente vengono analizzati con attenzione gli impianti, si valuta la stabilità dei pali di legno o di cemento, si provvede alla loro sostituzione se necessario, si controllano i fili di ferro traccianti lungo i crinali delle colline e nei campi, oppure si progettano e si realizzano nuove aree di allevamento delle piante. Nel corso della primavera
Stefano e i suoi collaboratori operano direttamente sulla terra, con operazioni di concimazione, e con gli indispensabili trattamenti antiparassitari, con aratura e sfalciatura delle interfila, realizzato con mezzi agricoli, senza l’utilizzo di erbicidi chimici. Le interfila vengono mantenute con una necessaria quantità di vegetazione, per conservare il più possibile intatto il microclima dei vigneti. Stefano non spende parole importanti come “vino naturale”, “vino biodinamico” o biodiversità. Non si trincera dietro allocuzioni filosofiche ora molto di moda per definire la genuinità dei suoi vini, non racconta troppo in giro che utilizza solo minimi trattamenti antiparassitari (peraltro indispensabili in una realtà come San Colombano) ma poi fa di tutto per rispettare la morfologia ambientale, non la violenta con concimi al limite del possibile, non sversa erbicidi, pilota lui stesso il trattore e taglia l’erba con sensibilità e delicatezza, avendone cura di lasciarne sempre un tratto. Attorno alle foglie e ai grappoli si riunisce d’estate una pletora di calabroni e di vespe, di api e di moscerini che assieme alla popolazione degli insetti che popola le corsie dei vigneti contribuisce a ricreare un ambiente il più possibile intatto. Il risultato lo si avverte ad agosto e a settembre, quando –dopo la sfoliazione- scatta l’ora della vendemmia, fatta rigorosamente a mano da squadre di potatori, pianta dopo pianta, tralcio dopo tralcio, grappolo dopo grappolo. E lo schiacciamento delle uve giunge a suggellare quasi la fine di un’annata. Da quel momento il mosto inizierà a riposare, a fermentare e a trasformarsi in vino.

storia-3La cantina Bossi è nata ufficialmente col matrimonio tra Bossi Giovanni e Atosti Angela, i genitori di Francesco, i nonni di Stefano. I due unirono i loro patrimoni, 49 pertiche, circa 3 ettari, e diedero l’avvio a una nuova realtà agricola che ovviamente non aveva i connotati moderni, ma costringeva al lavoro manuale, con l’uso degli asini. Loro si conobbero durante una vendemmia, mentre schiacciavano l’uva. Fu amore a prima vista. Poi lui partì per la guerra e lei lo aspettò fino al ritorno.

“L’attività della nostra famiglia peraltro aveva radici sin nell’ottocento –spiega Francesco, il padre di Stefano-; i miei bisnonni Atosti Francesco e Bossi Battista coltivavano la vite e produceva vino in tempi non sospetti, Riuscivano a vivere bene con questa attività. Non solo vino, coltivavano anche le ciliegie, avevano qualche capo (mucche da carne), insomma erano piccoli proprietari terrieri che campavano dei frutti della terra. In paese li conoscevano col soprannome di Budua”.
Com’era il lavoro nei vigneti a quel tempo?
“Molto più duro di oggi, si faceva tutto a mano, gli scassi erano fatti a mano, in inverno. Portavamo i pali in legno in robinia o in castagno, erano più leggeri ma non potevamo fare un impianto a doppi fili, come facciamo adesso. Ora si lavora in altro modo, con meno mano d’opera e maggiore tecnologia. Noi non avevamo bisogno di impianti di irrigazione, avevamo buche e sorgive dalle quali traevamo l’acqua per irrigare d’estate. Il papà ha coltivato fino al dopoguerra, io lavoravo come tranviere e nella rimanente parte del giorno come vignaiolo. Ho fatto questa vita per tanti anni, quindi ho lasciato l’azienda a Stefano, tramandandogli tutte le mie conoscenze in materia ma soprattutto la passione, perché senza quella non si va avanti. Gli ho insegnato a potare, a fare gli innesti, a usare il decespugliatore, a lavorare a 180 gradi, in modo che avesse un quadro il più ampio possibile dell’attività agricola, in modo da poter lavorare anche presso terzi. Ogni tanto lo aiuto ancora, magari con mia moglie Lidia Ceolotto, ma adesso l’attività è sua”.
Prosegue Francesco: “Che tipi di vini facevamo? Il bianco con un vitigno ormai scomparso, il grinnapoli, che era come la verdea, autoctono, un bel vitigno, che i vivaisti purtroppo non fanno più. C’erano tre vivaisti a San Colombano che realizzavano gli innesti del grinnapoli, e adesso hanno chiuso. Ora siamo costretti a comprare le barbatelle sull’Oltrepò o in Trentino. Il risultato è stato la scomparsa forse definitiva di questo vitigno, peccato perché da quelle uve scaturiva un vino fermo, veramente piacevole al gusto. Poi facevamo il rosso con barbera e croatina, l’attuale doc. La barbera soffriva se prendeva la pioggia, ma se trovava una stagione di sole si trasformava in un vino fantastico”.
Francesco ricorda i tempi in cui il vino veniva commercializzato nelle damigiane e non tanto in bottiglia: “Abbiamo sempre prodotto molto vino bianco, che conferivamo nelle grandi cantine del paese, oppure portavamo nelle cascine di Sant’Angelo, di Lodi o del cremasco, sempre imbottigliato nelle damigiane”.
La cantina Bossi Francesco esibiva un logo d’eccezione: uno scorcio della rocca di San Colombano, tratto da una immagine antica che risale al 1700, un’ icona suggestiva che è un po’ il simbolo di questa cantina, antica ma con uno sguardo verso il futuro. E che è stata ripresa anche da Stefano, diventandone in breve l’insegna simbolica della sua produzione.
“Per quanto mi riguarda –dice Francesco- ho fatto il viticoltore da quando avevo sei o sette anni, così come aveva fatto mio papà. Come detto facevo il tranviere, e grazie ai turni potevo gestire l’attività enologica. Avevamo due cantine, la più piccola l’abbiamo venduta, abbiamo tenuto l’altra, quella ubicata in un antico edificio su Via IV Novembre, ristrutturata nel 2000. Ora è spaziosa, ospita botti di acciaio e vetroresina, vi si respira un profumo di mosto e di vino che rallegra i cuori. Nulla a che vedere con quella pre restauro, con vecchie botti di legno, piena di ragnatele, buia, un posto difficile e faticoso dove lavorare”.

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